mercoledì 1 settembre 2010

Inutile girarci intorno: la tua nascita (3a parte)

Le tue primissime scarpette



Un piccolo salto indietro: siamo alle ore 20 del 4 aprile 2010.

Affaticata dalla giornata (quando hai 11 kg in più e non riesci neppure a vederti i piedi, anche solo stare a sedere a ingurgitare delizie culinarie è faticoso....) mi stavo godendo il mio divano, spaparazzata come una matrona romana. Eccola, la prima fitta, la prima contrazione. Non sto neppure a dirlo a Basheer. Quando il bambino per gioco gridava "Al lupo! Al lupo!", tutti sanno che quando il lupo arrivò davvero nessuno gli credette e il lupo se lo mangiò.

"Vediamo se ne arriva un'altra", pensai.
E un'altra arrivò, dopo 35 minuti.
Dopo un'altra ancora dopo 30 minuti, parlai.
"Basheer questa è già la terza contrazione a distanza di mezz'ora", esordii.
Basheer, ormai da giorni spaesato e sempre sul chi-va-là avendo la chiara consapevolezza che ogni momento poteva essere quello giusto, drizzò le antenne.
"Ok, ok, come diciamo sempre non facciamoci prendere dal panico", subito tra l'attento e l'agitato, " prendo il cellulare e lo tengo sott'occhio così vediamo quando arriva la prossima.

30 minuti, 20 minuti, 15 minuti, 10 minuti.

ALT!!!! Ogni 10 minuti?!?!?!!!! Ma si stanno avvicinando sempre di più!
Ero preparata perché al corso pre-parto ti istruiscono ben bene facendoti una testa grande come un cocomero: ANDARE ALL'OSPEDALE SOLO QUANDO LE CONTRAZIONI SONO CIRCA 3 IN  10 MINUTI.
Mi ero promessa che al momento X non mi sarei fatta prendere dal panico e avrei rispettato questa tempistica ma una cosa è dirlo quando non sai cosa realmente accadrà e una cosa è "eseguirlo" quando ci sei davvero, quando il dolore si impossessa oltre del tuo corpo anche e SOPRATTUTTO della tua testa. Perdi la consapevolezza della ragione dovendo cercare di gestire una cosa ben più grande di te!!!!
Una cosa era certa: le contrazioni erano regolari, facendomi capolino ogni 10 minuti, esattamente 600 secondi. Le lancette erano anche andate avanti, si eran già fatta mezzanotte.

Da aprire a questo punto una parentesi fondamentale.
A differenza di qualsiasi altra coppia che si trova in questa circostanza, io e Basheer  invece di essere in 3, ossia moglie marito e auto (=lo strumento più necessario in questa circostanza), noi eravamo solo in 2, noi due soltanto, COMPLETAMENTE SPROVVISTI DI AUTO, il mezzo che ti permette come una magica astronave di condurti all'OSPEDALE, ambita meta per ogni donna che non vede l'ora di partorire. Abbiamo sempre saputo di non poter essere autonomi in questa che è la fase finale nonché quella determinante ma non ci siamo mai preoccupati più di tanto. Sapevamo bene che potevamo contare o su mia mamma (che massimo nel giro di 20-25 minuti sarebbe stata a casa nostra) o su Michela, la mia amica più storica presenza inossidabile in ogni dove & quando della mia vita. Addirittura posso dire che nel corso delle ultime settimane tra le due era sorta  una sorta di gara (senza che nessuna delle due parlasse di questo con l'altra): sia mia mamma che Michela mi chiedeva di chiamarla nel fatidico momento, ognuna voleva avere il "privilegio" di portarmi all'ospedale per farti nascere, Dalia. Non sapevo chi alla fine davvero ci avrebbe accompagnato anche se mi sarebbe dispiaciuto privare mia madre di compiere tale gesto sapendo quando ci teneva.

Quando le contrazioni si infittirono ogni 15 minuti chiamai mia madre. La dovevo in qualche modo avvisare, anche per darle il tempo di prepararsi e arrivare a casa nostra. Le descrissi come le altre volte tutti i sintomi e anche lei concordò sul mitico: "CI SIAMO! CREDO PROPRIO CHE SIA IL CASO DI ANDARE ALL'OSPEDALE!"
Non ci volevo credere, forse dopo poche ore ti avrei visto! Certo, il più era ancora tutto da fare ma non ci pensavo neppure al dettaglio "parto", pensavo solo al premio finale!

Mia mamma suonò il nostro campanello dopo soli 25 minuti trovandomi in condizioni non di certo ottimali ma perfettamente ideali per la situazione in cui ero:
- bianca come un cencio
- in preda alla caldane un secondo dopo
- vigile nel dover gestire il mal di reni dietro nel basso schiena (segnale distintivo quanto la contrazione)
- stretta nella respirazione alternando momenti di pace agli altri che ti tolgono ogni forza
Vedendo che mia mamma - figlia di un'ostetrica in aggiunta alla sua esperienza di donna partoriente per ben tre volte - che mi confermava che era il caso di correre all'ospedale, mi convinsi che era l'ora di andare!
E la borsa per la mia degenza? Quella era pronta ormai da tre settimane! Le ostetriche o il ginecologo (nel mio caso la mai adorata ostetrica Cinzia, figura fondamentale per tutti i miei 9 mesi di cui avrò occasione di parlare) consigliano di preparare tutto il necessario già intorno alla 32a settimana per non avere brutte sorprese. Io avevo preparato tutto con estrema attenzione e che emozione nel farlo!
Il contenuto di una borsa per sole 48 ore di ospedale per un parto assomiglia per mole a un valigione per una vacanza intercontinentale:
- accappatoio
- 2 o 3 asciugamani
- phone
- 3 camicie da notte
- calzini bianchi
- infradito per la doccia
- 1 paio di pantofole (o come nel mio caso di ballerine.....molto più carine di antiestetiche pantofole da casalinga disperata in pensione!)
- 1 magliettona comoda per il travaglio
- piatti posate tazza e bicchiere
- slip usa e getta
- 3 rotoloni di carta assorbente
- saponi speciali
- indumenti per quando si è dimessi
- cibo per il presto-neo-papà: ebbene sì, ti consigliano di portare biscotti, succhi di frutta, marmellatine o cioccolata per il marito che ti seguirà durante il parto (anche lui si stanca quasi quanto la donna in travaglio!)
- le cose per il piccolo: 3 body, 3 tutine, la coperta per coprirlo quando sarete dimessi, un cappellino...

Insomma...una borsa pesantissima! Ma io mi ero divertita nel sistemare tutto al meglio, cercando di sostituire questo con quello e viceversa.

Mia mamma mi prese a braccetto per aiutarmi a scendere le scale mentre Basheer prendeva il borsone e chiudeva il portone. Erano le 1 di notte. Quando in fondo alle scale mi si aprì il portone di fronte avvertii una fortissima senzazione di freddo. E' difficile spiegare cosa sentissi. Ero come in un vortice, avevo bisogno di essere sostenuta per non cadere. Non avevo idea di cosa sarebbe successo. Non ci pensavo, stavo solo concentrata sul mio dolore, su di te che stavi arrivando.
La macchina si mise in moto. Non mi ricordo il tragitto che fece, mi ricordo solo che avevo la testa bassa e con la coda dell'occhio vedevo sulla destra frammenti della città in preda alla fitta pioggia.

(continua)