domenica 5 settembre 2010

Inutile girarci intorno: la nascita (5a e ultima parte)

E poi la vera nascita è arrivata, eccome se è arrivata: il 10 aprile 2010. 10.04.10. Suona anche bene.

I giorni successivi al falso allarme del 4 aprile, se i precedenti scorrevano lenti, posso dire che erano praticamente immobili. Le contrazioni, sempre più dolorose, erano ormai parte dell'abitudine e della frequenza non solo quotidiana ma di ogni ora. Solo nel momento in cui però arrivarono le VERE CONTRAZIONi mi accorsi come le altre non si potevano neppure definire tali. Diciamo che erano state come delle cugine di quarto grado emigrate in Australia.

Era un venerdì sera. Non stavo particolarmente male, tutt'altro. Andammo a letto intorno alle 23.30. Buonanotte.
E invece: ore 2.30 (del sabato mattina quindi) un dolore lancinante mi sveglia: LA TUA PRIMA VERA CONTRAZIONE. Non mi era ancora mai successo di sentire le contrazioni mentre dormivo, delle contrazioni tanto dolorose da svegliarsi.

Mi accorsi subito della genealogia diversa della loro natura.

"Basheer ci siamo, sono quelle del travaglio", esordii con tono fermo perché consapevole di cosa dicessi.

"OK, ok", si finse pronto tuo padre mentre era in preda al panico, "vediamo l'altra tra quanto arriva".

Quella dopo arrivò dopo poco. Il fatto di averne avute piccole e numerose i giorni precedenti aveva portato avanti il processo del travaglio. La successiva, invece di sopraggiungere circa dopo un'ora o quarantacinque minuti come accade per molte donne, arrivò a distanza di quindici minuti. Erano perfette, regolari come un orologio svizzero. Ma soprattutto di quelle che non ti concedono neppure la facoltà di pensare tanto è intenso il dolore. Ti spezzano in due per poi addolcirsi nella fase discente, solo in quell'istante ritorna possibile respirare.

Mi ricordo che l'unica via possibile era stare in piedi aggrappata al cassettone della nonna Albertina. Il suo marmo rigido e fermo in qualche modo mi permetteva di sentirmi ancorata quando invece il desiderio più profondo era di buttarmi giù e rotolarmi per il dolore.

"Andiamo all'ospedale?", mi chiedeva con cadenza regolare Basheer preoccupato.

"No, no, questa volta aspettiamo. Voglio essere certa che poi non si fermi tutto come l'altra volta", dicevo cercando di convincere anche me stessa di così tanto coraggio.

Quella notte mia mamma era di turno di notte. Avrebbe smontato alle sette della mattina. Potevamo o chiamare un taxi o chiamare l'ambulanza o cercare di far evadere mia mamma dal bunker del lavoro o telefonare a Michela.

Intorno alle 4 i dolori erano INSOPPORTABILI. Mi decisi (tutt'oggi non so come spiegarmi dove trovai le forze e soprattutto il coraggio) di entrare in doccia. Volevo verificare su pelle se quanto detto dalle ostetriche fosse vero: se la doccia avrebbe aumentato la frequenza e intensità del travaglio o se le avesse bloccate. Aiutata da tuo padre e cercando di non scivolare mi misi sotto l'acqua calda. Cercavo, per come era possibile, di respirare dal basso ventre e di stare tranquilla. Il travaglio seppur nel delirio del momento ha un fascino unico e non mi volevo far scappare la possibilità di gustarmelo fino in fondo.
Resistetti sotto lo scorrere dell'acqua per 5 minuti. Già dentro l'accappatoio mi accorsi che tu fremevi ancora più di prima: occorreva davvero correre all'ospedale!
Le contrazioni ormai erano ogni 5 minuti da oltre mezz'ora, si avvicinavano le 5 della mattina.

Chiamai Michela ma il telefono era staccato. Capii subito che c'era qualcosa di strano perché sapevo che da oltre un mese lo teneva acceso tutte le notti in attesa di una mia eventuale chiamata.
Mia mamma, che già fremeva da un'ora (l'avevo avvisata del travaglio definibile al 99% "certo"), nel frattempo aveva avuto il permesso di uscire prima. "Arrivo tra 15 minuti", mi tranquillizzò.

Ed eccosi di nuovo sull'auto blu verso Careggi. Questa volta non mi ricordo niente di cosa ci poteva essere fuori dal finestrino. ERO IN TRAVAGLIO.

Quando arrivai fui messa subito sotto la macchina del monitoraggio. Erano già le 6 della mattina.
Le ostetriche si accorsero subito di essere di fronte a un prossimo parto ma essendo una primipara (donna al primo parto) avevano dato per scontato che ci volessero ore. Invece tu hai battuto ogni record.

Nel frattempo mi squilla il cellulare: Michela. Era dispiaciutissima perché il cellulare era caduto di batteria, era acceso ma non si era accorto che la batteria ormai era finita. "Arrivo subito, mi fiondo", mi disse subito. "Cosa faccio a casa se tu sei a PARTORIRE????!!!!", con tono elettrizzato.
"Ma no Michi non stare a venire, vieni più darti, non ci sono problemi", la cercai di convincere.
"Ma stai scherzando??? Non ce la potrei mai fare a stare a casa, ARRIVOOOOO!"
Era come un vulcano in piena eruzione, non ce l'avrei mai fatta a fermarla e dopo poco ci rinunciai.

Intanto mi avevano dato la camera: la n°1. Alle pareti due quadri di ninfee, la grande vasca che contiene 600 litri d'acqua, le alte finestre, le pareti di colore blu, il grande letto matrimoniale, la cullina annessa al lettone, il bagno con tutti gli aciugamani puliti, gli armadi a muro completi di tutto il necessario per il piccolo in arrivo, il grande e lungo bancone con il lavandino per il bebè, il fasciatoio, creme&cremine.
Mi sentivo bene ma soprattutto feci amicizia con quella che da lì (ormai erano quasi le 7) alle 8.20 sarebbe divenuta la mia alleata: la fune-liana. E' un cordone in robusta stoffa e tela appesa al soffitto, serve alla donna in travaglio ad aggrapparsi e scaricare lì tutta la forza che viene dal dolore provato dalla contrazione. Non è niente di occidentale, tutt'altro. Ricrea le liane che nelle foreste in Africa e in Oriente sono utilizzate dalle donne per partorire. Qualcuna vi rimane appesa fino all'ultimo, mettendo alla luce il bambino in posizione verticale.

Mi piacque subito. Mi ci potevo dondolare ed aggrappare con forza diluendo il dolore e bilanciandolo con il respiro e il grido. Perché si io sono sempre stata favorevole all'emissione della voce durante il travaglio: permette al respiro di non essere bloccando evitando così il pericolo di non far arrivare l'ossigeno al bambino (inutile specificare la tragica conseguenza se questo avvenisse). ALLORA VIA AL GRIDARE!!!! Il mio non era isterico o futile o acuto ma di media lunghezza e dalla bassa tonalità, soprattutto di accompagnamento al respiro.

In tutto questo tuo padre ha assolto un ruolo fondamentale. Dal primo all'ultimo istante. Posso dire con tutta tranquillità di averlo letteralmente  S T R I T U R A T O, aggrappandomi a lui (sulla sua spalla sinistra soprattutto) con tutta la forza del caso, ossia di una donna di oltre 70 chili, alta oltre 1e80 cm con la forza di un neonato scatenato e ampliato dal dolore universale della dogli in travaglio.....un ciclone insomma!
Lui non hai mai battuto ciglio o dato adito a cedimento. Imperturbabile come una posizione yoga eseguita da un maestro d'altri tempi.

Mia mamma e Michela (arrivata in ospedale alla velocità della luce) erano sedute da una parte e facevano il tifo, sbigottite osservando le mie due fasi che con tempismo regolare si alternavano (altro che Dr. Jekyll e Mr. Hide...):
_ un momento ridevo e riuscivo addirittura a fare qualche battuta, sempre appesa alla mia amica Liana e aggrappata come una sanguisuga a Basheer;
_ il momento successivo imprecavo e mi agitavo come un serpente a sonagli dondolami e spappolando le carni morbide di tuo padre sempre più dolorante (alla fine molto più di me!)

In un batter d'occhio si fecero le 8. Michela mi salutò, anche se io non mi accorsi di niente, perché doveva entrare a lavoro, tua nonna era sempre lì vigile e felice gioendo per ogni mia contrazione sapendo che tra veramente poco tempo ti avrebbe visto. E così era.

Le ostetriche tornarono intorno alle 8 pensando di trovarmi ancora moltoooo indietro e invece....restarono sbigottite! Mi trovarono molto più avanti del previsto per essere al mio primo parto.
"Non c'è tempo da perdere! Vieni Marta sdraiati qui sul letto e cerca di trovare la posizione che preferisci", mi tranquillizzarono prendendomi a braccetto ed estraendomi dalla mia Liana.

Non ho ricordi lucidi né una percezione del tempo in quei momenti. Ricordo di essere stata come in un tunnel, mi sentivo in un vortice. Nei pochi secondi in cui la contrazione smetteva ricordo che chiedevo: "Vado bene?" cercando di avere delle conferme. "Sei bravissima", mi rassicuravano, "davvero come se fossi al secondo o terzo parto. Continua così che presto vedrai Dalia".

Ha messo fuori la testina alle 8.45.
La tua nonna gridava: "Che testina nera! quanti capelli!".
Tuo padre era ancora di spalle rispetto alla scena dove tutto aveva luogo, mi guardava e mi teneva la testa, dal primo all'ultimo minuto, sentiva tutto ma sempre senza staccare lo sguardo dal mio volto.

POI ECCOTI.
HO SENTITO LA TUA VOCE.
ERA UN PIANTO NON DISPERATO.
NON ERA UN "AIUTOOOOO" MA UN "ECCOMI! SONO IOOOOO!!!".

Ti hanno preso e ancora legata a me dal cordone ombellicale ti hanno messo tra le mie braccia.

Mi hai guardato e ci siamo dette:

"ECCOTi. SO CHI SEI. SEI LA MIA MAMMA".
"ECCOTI. SO CHI SEI. BENVENUTA DALIA".

Abbiamo praticato come avevo sperato e desiderato il contatto pelle-a-pelle: tu ancora da lavare (ma in realtà eri pulitissima solo i capellini un po' appiccicosi) sul mio seno nudo per più di un'ora. Ti sei attaccata subito al mio seno. Le tue idee erano chiarissime. Ero io che seguivo te, tu a dare le istruzioni e io a seguirle.

L'Universo esplose. La nostra GIOIA all'infinito. L'ennesima potenza dell'esplosione.

Grazie.



Appeso fuori dalla stanza n° 1 del Centro Margherita (10-12 aprile 2010)